Lo sci militare sulle Alpi
L'antesignano dello sci-alpinismo militare in Europa
centrale fu un tedesco, il tenente Wilhelm Paulcke:
nel 1893 convinse lo Stato Maggiore a inserire reparti
sciatori nei battaglioni Jäger con compiti di ricognizione,
sicurezza e collegamento. Il "tenente d'inverno",
come venne chiamato, ideò anche le gare di pattuglie
militari, che tanto successo avrebbero conseguito negli
anni seguenti, fino ad essere inserite nel programma
olimpico.
L'esperimento tedesco fu copiato dall'esercito austriaco
e dagli Chasseurs des Alpes francesi.
Nell'inverno del 1896 giunsero dalla Svizzera due paia
di sci acquistati da Adolfo Kind, ingegnere e chimico
elvetico residente a Torino, dove era iscritto al CAI.
Erano di fabbricazione norvegese, con attacchi di giunco
e provvisti di un bastone lungo due metri, con puntale
di ferro e disco di legno, per la spinta, la svolta,
il frenaggio e l'arresto.
Del gruppo faceva parte il tenente di artiglieria Luciano
Roiti, che nel marzo 1897 scrisse sul periodico "
Esercito Italiano" un articolo dal titolo "Delle
marce sulla neve" che si può considerare
la nostra prima istruzione di tecnica sci-alpinistica.
Kind e i suoi amici diedero vita nel 1901 allo Ski Club
Torino, che avrà tra i suoi soci Ottorino Mezzalama.
Gli alpini imparano il pattinaggio
Da un modello acquistato a sue spese in Svizzera,
il colonnello Ettore Troia, comandante del 3° Reggimento
Alpini, di sede a Torino, nel 1897 fece costruire qualche
decina di esemplari dal capo armaiolo e li fece sperimentare
sulle colline di Valsalice, fra i ruzzoloni e i moccoli
degli alpini, l'ilarità dei passanti attirati
dall'insolito spettacolo e la truce perplessità
degli anziani ufficiali, che osservavano la scena intabarrati
ai bordi del pendio.
Pare di sentirli: "Senta colonnello, mi faccia
un piacere, butti via quei maledetti pezzi di legno;
cribbio, non facciamoci ridere dietro...".
Nonostante la buona volontà, il "fai da
te" si rivelò poco produttivo: mancavano
manuali e istruttori capaci e dopo i primi entusiasmi
gli addestramenti di gruppo passarono nel dimenticatoio.
I paladini delle racchette da neve obiettavano che la
struttura alpina (gruppi frastagliati, vallate strette
e contorte, pendii ripidi e irti di ostacoli) non offriva
gli spazi necessari a un impiego redditizio dei nuovi
mezzi.
Ci volle tutta l'ostinazione di pochi entusiasti, militari
e civili, per non lasciar morire l'iniziativa. La novità
cominciò ad imporsi quando comparve al 3°
Alpini il maggiore Oreste Zavattari, un tenace tortonese
che sosteneva l'inutilità di montare su sci reparti
numerosi e auspicava invece una preparazione specifica
riservata ad agili pattuglie, destinate a ricognizioni,
apertura di piste, collegamenti, colpi di mano: ma soprattutto
propugnava la necessità di istituire una "scuola
di pattinaggio" per ufficiali e sottufficiali.
La proposta trovò terreno più favorevole,
sull'eco di quanto nel frattempo stava accadendo oltralpe,
e nell'inverno del 1901 si tennero i primi corsi di
sci a Cesana, a Clavières e al Moncenisio, sotto
la guida di istruttori nordici. Comparvero attrezzi
decisamente migliori, acquistati in Svizzera e in Norvegia:
gli attacchi erano muniti di cinghie di cuoio che si
avvolgevano intorno al collo del piede. I bastoncini
erano ancora sconosciuti e l'alpenstock divenne lo strumento
tuttofare, per spingere, curvare, mantenere l'equilibrio,
frenare a raspa ( la caduta finale non era ritenuta
indecorosa: anzi, era considerata la miglior tecnica
per l'arresto).
La superiorità dei nuovi mezzi sulla racchetta
da neve fu definitivamente confermata e l'adozione degli
"skie" presso i reggimenti alpini venne approvata
con regio decreto nel novembre 1902: fu il primo passo
nella diffusione ad ampio raggio della pratica sportiva.
"Fu l'Esercito" scriveva Da Rodi nei primi
anni venti " che per primo adottò lo sci
su vasta scala e ne generalizzò l'uso".
E Decio Buffoni: "....pattini di legno a migliaia,
migliaia di giovani addestrati al loro uso, che fecero
la fortuna dello sport bianco....".
OTTORINO MEZZALAMA
Il maestro dello sci-alpinismo
"Alto, quadrato, con una figura seria, energica,
tagliata da due grandi baffi neri": così
Pietro Ghiglione, alpinista e scrittore di montagna,
ricorda il suo amico Ottorino Mezzalama, sottotenente
d'artiglieria, quando a Torino, nell'ottobre 1915,
si presentano al 3° Reggimento Alpini con gli
altri ufficiali istruttori di sci convocati per i
"corsi di guerra".
Nato a Bologna nel 1888, Ottorino Mezzalama aveva
preso parte, nel 1912, alle operazioni sul fronte
libico con il grado di sergente, meritandosi un encomio
per aver "disimpegnato le sue mansioni con calma
e noncuranza del pericolo, anche in zona battuta dal
fuoco nemico". Fu richiamato allo scoppio della
prima guerra mondiale col grado di sottotenente di
complemento: sarà promosso tenente nel 1916
e capitano l'anno successivo.
Alla vigilia del fatidico 24 maggio, circa tremila
alpini avevano preso conoscenza, più o meno
approfondita, delle modalità d'impiego dei
nuovi attrezzi e ogni battaglione aveva in organico
un plotone sciatori, con compiti essenzialmente esplorativi.
Ma ci si era accorti ben presto che la preparazione
dei nostri avversari era andata molto più in
profondità.
Così, a ostilità iniziate, si dovette
provvedere in fretta e furia a richiamare alle armi
sciatori di classi anziane, istruttori di società
sportive e dare vita a corsi regolari, programmati
durante la stasi invernale delle operazioni. Si svolgevano
in località varie delle Alpi occidentali non
coinvolte nel conflitto, dovunque fossero disponibili
casermette, malghe, rifugi.
Esisteva il manuale tecnico "Istruzione sull'uso
degli sci", edito dallo Stato Maggiore nel 1908
e modificato nel 1912 in seguito all'adozione dei
due bastoncini. Gli attrezzi erano solitamente di
frassino ( rari quelli norvegesi di hickory, troppo
costosi), lunghi 215 cm e larghi 7: peso intorno ai
5 chilogrammi.
Il primo corso si tenne nell'ottobre del 1915 sul
Colle del Piccolo San Bernardo; il secondo nei dintorni
dell'ex casa reale di caccia di Dondena, nell'alta
valle di Champorcher: ne fu direttore tecnico Ottorino
Mezzalama.
"Restio, silenzioso, piuttosto appartato"
prosegue Ghiglione "una volta calzati gli sci
diventa attivo, intraprendente, dinamico; una volontà
lucida e tenace, sostenuta da una resistenza su cui
poter fare ogni più sicuro affidamento".
Colleghi e allievi rimanevano impressionati alla vista
del suo enorme sacco da montagna, che non affidava
mai a nessuno, nemmeno all'attendente, e dentro il
quale infilava ogni cosa che potesse tornar utile,
anche nelle circostanze più impreviste. "Non
si sa mai" era solito dire, "in montagna
si sa quando si parte, ma non quando si torna".
I corsi proseguirono per tutta la stagione invernale
1916/17 in Valle Stura, a Bardonecchia, al valico
del Monginevro, a Salice d'Ulzio e al Breuil; poi
si trasferirono nelle immediate retrovie del fronte,
a ridosso dei reparti. Nel 1917 si costituirono 26
compagnie sciatori, raggruppate in 13 battaglioni
(al 3° alpini fu assegnato il btg. sciatori "Courmayeur").
Entreranno in azione in vari teatri operativi, conseguendo
importanti successi: in Valcamonica e in Valtellina
passeranno alla storia come " I guerrieri bianchi
dell'Adamello".
Condotto ai margini del conflitto, il primo addestramento
sciistico di massa a carattere nazionale passò
quasi inavvertito nel gran libro degli eventi che
stavano allora sconvolgendo l'Italia e l'Europa: ma
costituì un seme prezioso che avrebbe dato
i suoi frutti negli anni successivi.
Nel 1920 si può considerare concluso il periodo
di prima sperimentazione: l'ostico "ski"
si modifica nel nostrano "sci" e sembra
acquistare in fluidità. Mentre si rimarginano
lentamente le ferite della guerra, nasce la pratica
sportiva, che si differenzia subito in discipline
specifiche: discesa, fondo, salto, bob, slittino,
con gli inevitabili risvolti agonistici.
Ma lo sci-alpinismo pare non voglia partecipare alla
generale euforia: dotato di nativa ritrosia, come
un patrizio fedele alle origini del casato, ha scelto
il suo terreno d'azione fra la solitudine e i silenzi.
Lo sci-alpinista disdegna sia le piste di discesa,
sia gli anelli di fondo, dove non è padrone
delle proprie decisioni; gli sono quindi estranei
gli aspetti competitivi e anche esteriormente manifesta
la sua singolarità con un abbigliamento prettamente
alpinistico, impiego di sci più corti, attrezzatura
bivalente per salita e discesa. Le sue partenze, zaino
in spalla, sono antelucane e i mezzi meccanici di
risalita ignorati (i primi slittoni a fune risalgono
al 1930). L'esigua pattuglia femminile che affronta
la nuova disciplina elimina le gonne e indossa arditamente
i pantaloni (del marito o del padre, almeno nei primi
tempi).
Si apre l'esplorazione sistematica delle Alpi, mediante
la ricerca di percorsi la cui meta non è necessariamente
la conquista di una cima; conche e pendii non rappresentano
più gli inevitabili momenti intermedi di avvicinamento
e assumono invece la stessa importanza delle pareti
verticali per gli alpinisti.
Il sentiero del duemila
Ottorino Mezzalama si è intanto laureato
in Scienze Commerciali ed Economiche e si è
trasferito a Torino. E' socio dello Ski Club e del
CAI, pratica ginnastica, scherma, canottaggio. Ma
dalle finestre dell'ufficio il suo sguardo si sposta
in continuazione sulle Alpi che profilano l'orizzonte
lontano e che già vede idealmente incernierate
da una lunga passeggiata sciistica, il "sentiero
del duemila".
E' rimasto scapolo e vive in casa con la vecchia madre.
"Chi volete che mi sposi" diceva "son
troppo brutto e poi non ho proprio tempo: la moglie
la si trova la domenica e io la domenica son sempre
solo e in alta montagna".
Il sabato pomeriggio (vigeva ancora la settimana lunga...)
scaraventa sul treno il suo grande sacco, gli sci
e la piccozza e raggiunge a sera una località
di montagna, all'ora in cui la brava gente si rinchiude
in casa per la cena.
Manda giù un boccone, schiaccia un pisolino
e alle prime luci sta già rimontando creste
di neve ventata o attraversando canaloni rigonfi,
cercando di riconoscere un percorso esaminato d'estate,
scegliendo il passaggio più adatto a superare
un pendio, studiando il punto e il modo migliore per
eseguire una curva. Non esita a ritornare sui suoi
passi se consigliato dalla prudenza; e non dimentica
di consegnare le più efficaci inquadrature
al clic della sua macchina fotografica per corredare
le relazioni da trasmettere al CAI.
Gli anni venti rappresentano il suo decennio d'oro,
un periodo ininterrotto d'intenso impegno in ogni
stagione e con ogni tempo, volto alla realizzazione
metodica e scrupolosa di un progetto già abbozzato
durante il servizio militare: l'esplorazione sciistica
dell'intera catena delle Alpi, dalle Marittime alle
Giulie, per dimostrare le grandi possibilità
che le nostre montagne riservano allo sciatore alpinista,
creando un'ampia documentazione di tutti i possibili
itinerari.
Così scriveva nel 1930: "Lo studio di
un percorso sciistico ha sempre il sapore di un'esplorazione
e concede soddisfazione analoga a una prima ascensione....l'allacciamento
dei numerosi colli e ghiacciai e delle diverse valli
è estremamente interessante per la varietà
degli aspetti e per il continuo lavoro di osservazione
e di ragionamento cui si è costretti, sia per
l'orientamento che per la scelta dei passaggi e dei
pendii, tanto che al termine della traversata si ha
l'impressione di aver compiuto un vero viaggio".
Questa pienezza di sensazioni intensamente vissute
fece di Mezzalama il più profondo conoscitore
della cerchia alpina, dal Tirreno al Brennero: nel
giugno del 1927 portò a termine, con Ettore
Santi, la prima ascensione sciistica italiana al Monte
Bianco.
Il suo famoso sacco conteneva normalmente razioni
viveri per un minimo di tre giorni, gli indumenti
invernali, trenta metri di corda, ramponi, piccozza,
materiale fotografico: il carico oscillava tra i 15
e i 25 kg, quando non era appesantito dagli sci. Curiosamente
non si servì mai delle pelli di foca; ne riconosceva
l'utilità, ma tirando le somme propendeva per
le scioline.
Il 31 gennaio 1931, nel vallone di Rochemolles, sopra
Bardonecchia, partecipò volontariamente alla
ricerca di ventun alpini del 3°, travolti da una
valanga. Così lo ricorda quel giorno Angelo
Manaresi: "...camminava con quel suo passo lungo
e dinoccolato che non tradiva fatica o asprezza di
ascesa, con tutta quella roba addosso che sembrava
un soldato di corvée, alzando di tanto in tanto
verso l'alto lo sguardo sereno e quei suoi due baffoni
a punta, che mettevano sul volto magro e scuro una
nota di bontà e di passato".
Dopo pochi giorni saranno proprio gli alpini, quelli
del 6°, insieme agli alpinisti del CAI di Bolzano,
a riportare a valle il suo corpo senza vita.
Sorpreso dal maltempo alla cima del Bicchiere, nelle
alpi Breonie, era stato costretto, insieme all'amico
Mazzocchi, a rimanere rinchiuso per tre giorni nel
gelido rifugio Elena (oggi Dino Biasi). Il quarto
giorno, lungo la via del ritorno, fu investito e travolto
da una valanga; il compagno, dopo averlo disperatamente
e inutilmente cercato fino al crepuscolo, corse trafelato
a valle a cercare aiuto. Il mattino dopo una mano
cerea che sporgeva dalla neve indicò ai soccorritori
il luogo della sua tomba.
Il grande sogno di Ottorino Mezzalama era stato troncato
proprio tra quelle montagne che aveva per tanti anni
cercato di unire in un solo itinerario. Ma la traccia
dei suoi sci correva ormai ininterrotta su tutto l'arco
alpino.
L'ultima sua cronaca, pubblicata postuma sulla rivista
del CAI, nell'introduzione intitolata "Multi
vocati, pauci vero electi" (molti sono i chiamati,
pochi gli eletti), pare voglia esporre ai suoi amici
il decalogo tecnico dell'alpinista sciatore: saranno
i principi ai quali essi si ispireranno per realizzare
la grande manifestazione in suo onore: il Trofeo Mezzalama.
"Saper ricavare dallo sci il massimo delle sue
possibilità in alta montagna e nelle lunghe
escursioni, richiede un tirocinio non breve ed il
rendimento sarà tanto maggiore quanto più
verrà raggiunta una tecnica perfetta. Mentre
per i ramponi e la piccozza l'alpinista può
acquistare in tempo relativamente breve la conoscenza
del modo di servirsene, per lo sci soltanto dopo lungo
uso ed esperienza si ottiene tutto il miracoloso rendimento
che può dare...
L'esperienza mia di lunghe e molteplici traversate,
mi rende convinto che lo sciatore deve sfruttare al
massimo lo sci e non ridurlo a un mezzo accessorio,
secondo la pretesa di alcuni che , limitandone l'uso,
dimostrano di non averne la padronanza completa; soltanto
in specialissime condizioni di terreno, pendio e neve,
lo sciatore può sentirsi costretto a scalzare
gli sci e rimorchiarli...
Oltre la tecnica alpina e la preparazione fisica occorre
la completa conoscenza della montagna nelle sue rivolte
e nelle sue bontà, nelle sue insidie e nei
suoi inviti, nei suoi riposi e risvegli stagionali,
così da poter possibilmente prevedere e prevenire
ogni buona o cattiva circostanza...
Accettato dunque che lo sciatore deve fare assegnamento
unicamente sulla propria forza e abilità, raggiunta
che abbia questa forma completa di sicurezza e di
rendimento, egli, con l'ausilio della piccozza, di
ramponi e corda, può fare suo tutto il mondo
dell'alpe".
Il sacco di Mezzalama
"Può far suo tutto il mondo dell'alpe".
Una prospettiva allettante: non più alpinisti
d'estate e sciatori d'inverno, ma sci-alpinisti tutto
l'anno.
Agli amici torinesi fu sufficiente estrarre dal suo
famoso sacco quegli attrezzi che, nella loro complementarità,
avevano codificato la nuova concezione globale dell'alpinismo:
in memoria del loro maestro proposero una celebrazione
sportiva di nuovo genere in altissima montagna, dove
lo sci, aggiungendosi ai tradizionali mezzi di progressione,
avrebbe impresso una fisionomia più compiuta
all'unità alpinistica nella cordata.
La loro attenzione si era rivolta in un primo tempo
all'alta valle di Susa, campo delle prime esperienze
del club torinese, dove una gara a staffetta, partendo
dalla Capanna Kind, avrebbe raggiunto Clavière,
toccando il Sestrière e la Capanna Mautino.
La sottosezione torinese del CAI mise in palio un
trofeo in bronzo, opera dello scultore Monti, raffigurante
uno sciatore nel momento in cui sfiora l'immagine
di Ottorino Mezzalama effigiata sulla neve.
La proposta, accettata in linea di principio dalla
sede centrale del CAI nel 1932, non incontrò
invece il consenso unanime dei soci torinesi sulla
scelta della località; alcuni inoltre non facevano
mistero delle loro perplessità circa l'effettuazione
stessa della gara. Il concetto di competizione era
di difficile assimilazione: l'alpinista rifugge costituzionalmente
dall'agonismo, accettato e promosso dagli sport della
neve; la velocità, come metro assoluto di valutazione
lungo un percorso irto di difficoltà e soggetto
ai pericolosi capricci del tempo, diventò argomento
di accese controversie.
Da una parte si sosteneva l'assurdità di una
dimostrazione alpinistica scandita dal ticchettio
dell'orologio; dall'altra si considerava la velocità
come fattore di sicurezza, in grado di offrire una
via d'uscita da un'eventuale situazione critica. Fu
quest'ultima che prevalse.
Tramontata la candidatura della Val di Susa e scartata
la proposta di una marcia di regolarità, per
non porre costrizioni alla libera espressione atletica,
si convenne che una degna commemorazione poteva effettuarsi
solamente sul più maestoso complesso glaciale
delle Alpi, quello che si estende tra il Cervino e
il Monte Rosa, interessando le testate della Valtournenche,
della Val d'Ayas, della Valle di Gressoney e della
Valsesia: un tracciato sul filo dei quattromila metri
che sciatori ben allenati completavano solitamente
nell'arco di un'intera giornata.
La partenza fu così fissata al colle del Teodulo
(m. 3317): si sarebbero superati in successione il
colle del Breithorn (m. 3826), il passo di Verra (m.
3848), il Castore (m. 4226), il colle del Felik (m.
4061), la Capanna Sella (m. 3585), il Naso del Lyskamm
(m. 4100), il ghiacciaio del Lys fino al rifugio Gnifetti
(m. 3648), il rifugio Linty (m. 3047), l'Alpe di Gabiet
(m. 2342), per giungere a Gressoney-la-Trinité
(m. 1637): ma, nelle prime edizioni, il paesino più
alto della Valle del Lys non sarà mai raggiunto
e il tratto finale sarà lasciato a discrezione
della stagione, più o meno generosa di neve.
La lunghezza oscillava sui 35 km; il dislivello in
salita era di 16OO metri.
Le norme più importanti stabilite dal regolamento
erano le seguenti:
- gara per squadre di club, costituite da tre concorrenti;
- ammissione alla competizione previa visita medica
di controllo;
- atleti in maggiore età;
- partenza per estrazione a sorte;
- marcia in cordata dal colle del Teodulo alla Capanna
Gnifetti;
marcia libera dalla Gnifetti al traguardo, da superarsi
a squadra
unita;
- obbligo di ramponi ai piedi e sci in spalla nel
tratto: colle di
Verra-Castore- colle del Felik e nella traversata
del Naso del
Lyskamm;
- sosta al rifugio Sella con neutralizzazione di 30';
visita medica e
divieto di proseguire per i concorrenti riconosciuti
in non buone
condizioni fisiche;
- equipaggiamento alpinistico:
* di squadra: corda da montagna e piccozza;
* individuale: sacco da montagna e ramponi da ghiaccio.
- equipaggiamento sciistico di libera scelta; era
escluso ogni
rifornimento di materiali lungo il percorso: eventuali
parti di
ricambio dovevano essere portate al seguito.
Le iscrizioni, gratuite, furono limitate dalla capienza
del rifugio "Principe di Piemonte" al Teodulo
(50 posti letto), dove avrebbero pernottato ufficiali
di gara e concorrenti per essere pronti al via di
primissimo mattino.
Premi: distintivo in oro per i componenti della squadra
vincitrice, d'argento per gli altri; coppe e medaglie
offerte da autorità ed enti vari.
Il trofeo sarebbe stato conservato per un anno dalla
squadra prima classificata e assegnato definitivamente
alla società vittoriosa per tre anni consecutivi.
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